Le nuove artiglierie in acciaio - Forte Leone di Cima Campo, Forte di Cima Lan

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Le nuove artiglierie in acciaio

I Forti e l'Artiglieria

Nell’ultimo scorcio del 1800 i miglioramenti tecnici nei materiali di artiglieria furono così rilevanti che costituirono una vera e propria rivoluzione, derivante dal perfezionamento della tecnologia per la fusione dell’acciaio ad uso militare.
L’acciaio viene ricavato per affinazione della ghisa riducendo progressivamente la percentuale di carbonio della ghisa dal 4% a meno del 2,06%, soglia alla quale il materiale cambia proprietà e da ghisa diventa acciaio, più o meno duro a seconda del tasso di carbonio presente.
Per prima cosa, l’acciaio permetteva la perfetta chiusura degli otturatori, e quindi la retrocarica.
Per conseguenza, il proietto non doveva più essere necessariamente di diametro inferiore al calibro per poterlo inserire dalla volata, poteva anche essere di diametro uguale al calibro. Non potendo raggiungere l’esattezza a causa delle inevitabili tolleranze, le granate vennero "fasciate" con delle "corone" in rame, che saturavano lo spazio tra la granata e la bocca da fuoco, consentendo di sfruttare appieno l’energia dei gas della carica di lancio ed evitando lo "sbattimento" contro le pareti.
A questo si abbinava la rigatura della canna che, imprimendo alla granata un movimento rotatorio, la teneva in asse durante il volo per l’effetto giroscopico: e così diventava più sicuro il funzionamento delle spolette a percussione perché la granata cadeva sempre sulla punta.
La rigatura incideva le corone, così che, se si trova una granata residuato bellico, si può distinguere subito se è stata sparata (e quindi pericolosa, perché la lamella di sicurezza è stata espulsa dalla forza centrifuga generata dalla rotazione), oppure no (e quindi dovrebbe essere inoffensiva perché la lamella di sicurezza dovrebbe essere ancora in sede, ma è meglio non fidarsi, non si sa mai...!).
La polvere nera (che produceva molto fumo bianco) lasciò il campo alle polveri infumi per cariche di lancio (balistite, brevettata da Afred Nobel nel 1887 e prodotta in Italia a Torino dal 1889; e cordite), molto più potenti e che non lasciavano residui.


In sintesi, ne derivarono subito una maggiore gittata (che arrivò subito ai 20 Km per i pezzi di grosso calibro), una elevata precisione del tiro, e una maggior maneggevolezza dei materiali che permetteva la costruzione di cannoncini anche smontabili e quindi trasportabili a dorso di mulo anche in montagna.
Per esemplificare, confrontiamo un pezzo di artiglieria pesante austriaco con il cannoncino da 70 italiano.


Ma con le maggiori energie in gioco gli affusti rigidi si fracassavano al momento dello sparo, non riuscendo più ad assorbire l’energia del rinculo. Bisognò quindi introdurre gli affusti "a deformazione", cioè con la bocca da fuoco alloggiata su una "culla" dotata di ammortizzatori (come quelli delle auto) che assorbivano l’energia del rinculo e poi riportavano il pezzo in posizione mediante molle di recupero: il che, insieme con l’adozione degli otturatori a manovra rapida, aumentò imparagonabilmente la celerità di tiro.


Ovviamente, l’aumento della gittata imponeva anche una elevata precisione di puntamento, perché un errore angolare anche piccolo alla partenza diventa poi molto grande sul terreno alle lunghe distanze.

Inoltre, a causa della distanza, gli obiettivi per lo più non erano visibili, per cui il sistema di puntamento diretto tramite mirini dovette cedere il posto al puntamento indiretto con l’ausilio di congegni ottici, cioè un cannocchiale girevole dotato di ghiere graduate come un vero e proprio goniometro, montato sul pezzo.

Per praticità, necessaria in queste circostanze, non si usavano (usano) né i gradi sessagesimali né i radianti, ma i "millesimi": un millesimo è l’angolo che sottende un metro alla distanza di un chilometro, quindi di impiego estremamente facile per l’artiglieria.

Ogni batteria aveva in organico un goniometrista che per prima cosa determinava con esattezza sulla carta topografica il punto in cui si trovavano i singoli pezzi, e comunicava loro l’angolo che ci doveva essere tra la direzione della bocca da fuoco e il goniometro stesso affinché la b.d.f. fosse puntata verso la zona degli obiettivi (la cosiddetta "linea zero"), mettendo così tutte le b.d.f. parallele tra di loro (il "fascio parallelo").
Poi ogni puntatore si "agganciava", tramite il proprio cannocchiale girevole montato sul pezzo, a dei punti di riferimento a lui fissi visibili (campanili, rocce, ecc., i cosiddetti "falsi scopi"), a partire dai quali impostava i millesimi di correzione destra/sinistra o alzo in più o in meno ordinati dall’ufficiale al tiro.
L’ufficiale al tiro a sua volta determinava per prima cosa la carica (cioè la quantità di polvere in sacchettini preconfezionati da utilizzare per il tiro, determinata in  base alla distanza calcolata sulla carta topografica, e alla presenza o meno di ostacoli intermedi), la direzione in più o in meno rispetto alla linea zero, e l’alzo (in base alla distanza e all’eventuale presenza di ostacoli da scavalcare). Poi il primo pezzo della batteria (il "pezzo base") cominciava a sparare per l’aggiustamento.
L’ufficiale osservatore, da un posto da dove poteva vedere gli obiettivi, comunicava quindi le correzioni di tiro in metri (del tipo: destra cento metri; allungare cinquanta metri, ecc., che venivano trasformate in angoli millesimali per i pezzi da parte dell’ufficiale al tiro) via linee telefoniche militari o, successivamente, via radio.
Il vantaggio non indifferente di questo sistema di puntamento era che la batteria poteva essere schierata al coperto, e quindi non esposta al tiro avversario, perché non era più necessario che si trovasse in vista degli obiettivi.


Con l’aumento delle gittate, in montagna bisognava far superare alle granate degli ostacoli anche elevati, per cui oltre ai cannoni (che sparano a "tiro teso", cioè con alzo massimo inferiore a 43°/45°), e ai mortai (che sparano "in arcata", cioè con alzo sempre superiore a 45°), si diffuse l’uso degli obici, che possono sparare con qualsiasi alzo.
I mortai rimasero ad avancarica e ad anima liscia perché sparando verso l’alto l’effetto giroscopico impedirebbe alla bomba di girarsi con la punta verso il basso durante la discesa (e a questo stesso scopo alla coda delle bombe dei mortai vengono applicati degli appositi "governali", cioè delle alette più o meno come le bombe d’aereo).


Cambiò anche il munizionamento, che esaltò la potenza mortale dei nuovi pezzi. Giunsero   gli shrapnel, proietti riempiti di sferette di piombo indurito che con le nuove spolette a tempo venivano fatti esplodere in aria 10-15 metri sopra le truppe allo scoperto (terribile arma antiuomo, oggi vietata dalle convenzioni internazionali).
E quindi tutte le fortificazioni dovettero essere adeguate ai nuovi materiali.
Al Forte della Scala furono tamponate le ampie aperture per i mortai lasciando solo delle strette feritoie per i nuovi pezzi da campagna, e furono aggiunte delle postazioni per mitragliatrici e per cannoni in caverna sui due lati (lavori completati nel 1917 a guerra già in corso, come attesta il bassorilievo scolpito sulla roccia proprio all’imbocco della galleria dal lato verso San Vito).


Ma presto giunsero anche gli esplosivi ad alto potenziale, a cui nessuna opera muraria poteva resistere: basti guardare i danni prodotti da un tiro di assaggio austriaco contro la Tagliata della Scala, visibili nella fig. 32: pochi colpi sarebbero bastati per ridurre le Tagliate come il Tombion e la Scala a un cumulo di macerie.

Documenti e fotografie

 
 
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