Il Forte Leone in guerra - Forte Leone di Cima Campo, Forte di Cima Lan

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Il Forte Leone in guerra

Forti di Cima Campo e Cima Lan

All’inizio del conflitto il forte di Cima Campo (come quello di Cima Lan) era presidiato dal 9° Rgt. Artiglieria da Fortezza comandato dal Magg. Bevilacqua, e si guadagnò subito l’appellativo di "Forte Leone" per il suo potente armamento, basato essenzialmente sui 6 pezzi da 149/35.
Oltre ad essi, era dotato anche di una batteria su 6 pezzi da 75/27, due batterie contraeree e una quindicina di mitragliatrici per la difesa vicina.
Abbiamo visto che l’intera struttura era totalmente protetta dagli shrapnel perché interamente percorribile senza che i soldati dovessero uscire allo scoperto.
Il tutto era completamente interrato sulla fronte e sui fianchi, sia per mimetismo sia per far esplodere le granate avversarie prima ancora che toccassero il cemento, dal quale emergevano solo le cupole. Il tutto era circondato da un fossato e da siepi di filo spinato.

All’apertura delle ostilità il forte intervenne con azioni di fuoco verso la Valsugana, e sembra che si andata in pezzi la volata, cioè il tratto terminale della bocca da fuoco, di uno dei cannoni.
Come azione di controbatteria gli austriaci portarono un "pezzo ferroviario" pesante, di recente costruzione (calibro 305?), che si muoveva su rotaie. Alloggiato in una caverna (sul Panarotta?), ne usciva per sparare e poi "spariva" nuovamente nella galleria, e perciò soprannominato "il Mago".
Il Forte non era sufficientemente protetto contro quest’arma, sia perché le cupole erano state progettate per resistere alle granate da 149, sia perché, come abbiamo visto, con le nuove spolette a ritardo il forte poteva essere messo fuori uso da granate che ne incrinassero la massa cementizia.
Fu allora portato in appoggio un obice da 305 di nuova costruzione, messo in batteria sulla piazzola a lato dell’ultimo tratto di strada prima del forte: e sembra che l’ufficiale che dirigeva il tiro sia riuscito a mettere a tacere il "Mago".

Il forte fu poi disarmato quando il Gen. Cadorna fece spostare il fronte in avanti, trasferendovi tutto l’armamento e l’intera sua guarnigione.
Al posto dei cannoni vennero sistemati dei tronchi di legno lavorati in modo da sembrare cannoni, nell’intento di trarre in inganno la ricognizione aerea austriaca.
Spostatosi poi il fronte, il forte non fu più neppure presidiato.


Dopo Caporetto (24-26 ottobre 1917), il Gen. Cadorna (prima di essere sostituito dal Gen. Diaz) riuscì nel non facile compito di far ripiegare le nostre armate in maniera coordinata, in modo che nessuna Grande Unità venisse accerchiata e catturata per manovra (a Longarone furono catturati 10.000 uomini della IV Armata anche perché il Gen. Di Robilant si era mosso in ritardo rispetto agli ordini di ripiegamento ricevuti).
L’operazione fu eseguita con l’abbandono di tutto il materiale, ma il giorno 10 novembre il fronte lungo il Piave era stato ricostituito.
La 4ª Armata, schierata fra il Trentino e il Cadore, doveva ripiegare sul Grappa e presidiarlo a tutti i costi, perché il cedimento del Grappa significava la disfatta.
Il 1° e il 9° Corpo d’Armata del Bellunese erano incalzati dall’Armata Krauss, e il 18° C.d.A. del Trentino dall’Armata del Feldmaresciallo Conrad.
L’arretramento però procedeva a fatica a causa della insufficiente viabilità, così che il 10 novembre, a schieramento sul Piave già completato, tutta la 4ª Armata era ancora in movimento.
E sul Grappa non c’era nessuno.
L’esito della guerra dipendeva a questo punto da chi vi fosse arrivato per primo: se i nostri a presidiarlo con le artiglierie, o se gli austriaci anche con le sole fanterie per impedirne lo schieramento.
E questo lo sapevano tutti.


Gli austriaci arrivarono sul M. Grappa il giorno 14, quando ormai le difese italiane erano approntate: ma sarebbero potuti arrivare un giorno prima, quando i nostri non erano ancora pronti?
Sembra proprio di sì: e per questo ritardo ci furono violente polemiche tra i generali austriaci Conrad e Krauss, ognuno dei quali incolpava l’altro di errori e ritardi (situazione riassunta dal Capitano austriaco Ernst Wisshaupt in un articolo pubblicato da una rivista militare austriaca ancora nel 1927, e ripreso da "El campanon", Feltre, nel n. 1/1993).

Ora, la parte meno difesa del nostro schieramento era proprio la più delicata, e cioè la linea Cima Campo - Cima Lan, con i forti disarmati e non presidiati. E il Conrad, che inseguiva il 18° C.d.A. lungo la Valsugana, intuì che poteva sorpassare tutti. Infatti, mentre le nostre truppe - con gli autocarri imbottigliati sulle strade strette, le lunghe file di muli con il loro passo lento - arrancavano per giungere a Bassano, risalire la Strada Cadorna e schierarsi sul M. Grappa, il Conrad, mandando delle fanterie da Borgo Valsugana per Cima Campo - Fastro - Sella Val Nevera - Rocca - M. Fredina, avrebbe potuto giungere sul M. Grappa prima che lo schieramento fosse completato. E da Fastro scendere a Primolano e intrappolare gli ultimi reparti in ritirata.
Ma il Gen. Etna, comandante del 18° C.d.A., che da Arsiè (palazzo Guarnieri) si era trasferito a Cismon del Grappa, e che aveva programmato il ripiegamento per i giorni 8 e 9 novembre, intuì il pericolo. Mandò quindi dei reparti al comando del Magg. Olmi a presidiare la linea Cima Campo - Cima Lan per trattenere gli austriaci un paio di giorni, il tempo necessario a che tutto il 18° C.d.A. potesse passare sotto Primolano, e mettersi in salvo.
Il distaccamento del Magg. Olmi era costituito dal Btg. "M. Pavione" (su tre Compagnie, la 148ª e la 149ª con reclute del 1896 e la 95ª con "veci" del Btg. Feltre) e dal Btg. "Val Brenta", appoggiato da tre batterie di artiglieria da montagna someggiate, dotate di cannoni da 70 mm.
Ma il giorno 10 il Magg. Olmi fu informato via cavo (linea telefonica militare con il Comando a Cismon) che alcuni reparti si trovavano ancora a Strigno, e ricevette l’ordine di resistere fino alla sera del giorno 12, quando tutti i reparti avrebbero dovuto essere al sicuro.
Olmi allestì una difesa "a zona": il Btg. Val Brenta con una batteria di artiglieria a Cima Lan, la seconda batteria in Val Bornon, posizione defilata sulla sinistra del tornante tra la Colonia e Col Perer, la 149ª Cpg. (Cap. Paviolo) ai Piai e la 95ª (Cap. Stufferi) a Col Langiar, sopra Col Perer; un plotone aggregato del Btg. "Natisone" a Celado, un plotone esploratori (Ten. Arban) a Col Mangà, un plotone della 148ª Cpg. tra il forte e Case Bettin (l’attuale Albergo Alpino), coprendo così tutta la linea da Cima Campo a Cima Lan.
Infine, fece schierare la terza batteria a Fastro appena sopra il forte della Tagliata Scala, presso la Tagliata "Fontanelle", per proteggere poi i reparti nella loro ritirata lungo il sentiero dalla Val di Napp verso i Solivi di Fastro.
Tutta la montagna era coperta di neve, e il giorno 11 aveva ripreso a nevicare.
Al Btg. "M. Pavione" era in forza anche il S.Ten. Giuseppe Ghirardi di Arsiè, che in questa occasione scattò la foto di una cupola del Forte e poté poi, passando per casa durante il percorso di ritirata verso il M. Grappa, lasciarvi la macchina fotografica e salvare così quest’unica fotografia.


11 novembre 1917: Azioni alla Tagliata Sant’Antonio e a Cima Lan

All’alba del giorno 11 novembre il Col. Lercher con la 9ª Brigata Austriaca del Gruppo Krauss giunse dal Primiero a Ponte Serra, diretto per Fonzaso al M. Grappa.
Ma qui c’era la Tagliata di Sant’Antonio.
Ne abbiamo già accennato, ma a questo punto bisogna fermarsi un attimo per studiare meglio questo fortino, trascurato dalla Storia e oggi totalmente dimenticato perché inesistente: ma è il solo che ha avuto un ruolo veramente efficace per ritardare l’avanzata austriaca
Il progetto è antecedente a quelli di Cima Campo e di Cima Lan, e il motivo lo sappiamo già: era una tagliata sul fondovalle e quindi immediatamente cantierabile.


Ora, due cannoni ad avancarica sul breve tratto visibile dal fortino non sono in grado di fermare nessuno, perché, dopo sparato il primo colpo, prima che il pezzo venisse ricaricato le truppe avversarie avrebbero fatto in tempo a raggiungere la fortificazione.
E’ ben vero che poi l’armamento è stato modificato, perché nel progetto definitivo approvato il 6 gennaio 1892 si parla di "cannoni da mm. 42 a tiro rapido" integrati da mitragliere a due canne, ma il punto essenziale è cercar di capire la logica progettuale iniziale.
Mettiamo a confronto il progetto dell’Ing. Ivanoff con i rilievi dello spionaggio austriaco.


Il rilievo austriaco è più appariscente, ma il senso di quest’opera militare lo si capisce molto meglio dal progetto: a ben guardare, la caverna, il "Covolo", di S. Antonio, con dentro l’opera muraria che conteneva la polveriera, ricorda molto da vicino un mortaio con dentro una carica di lancio: che, al momento della deflagrazione, avrebbe proiettato fuori l’intera fortificazione strappandola dalla sua sede e tranciando la strada in corrispondenza dei due "inviti" dove la strada era stata indebolita con i due fossati laterali.
Infatti la quantità di esplosivo era perfettamente calcolata per questo scopo e i nostri reparti in ritirata, abbandonando la postazione, non fecero altro che accendere un paio di micce e andarsene, con il risultato che il "mortaio naturale" sparò fuori l’intero fortino interrompendo la strada e scaraventando il tutto in fondo alla parete a strapiombo della forra del Cismon.
La caverna non è stata intaccata, nessuna traccia del forte è rimasta.
L’osservatore può notare quegli strani resti di tirafondi in parte tranciati e in parte strappati per sfilamento che affiorano dalla roccia, e che erano quelli che tenevano agganciate le strutture murarie alla parete rocciosa.


E così gli austriaci, non potendo passare per questa strada, dovettero prendere la via dei monti:
- una colonna per Sovramonte - Croce d’Aune verso Feltre: ma la strada era lunga, e le continue azioni di retroguardia delle nostre truppe in ritirata produssero ulteriori rallentamenti, così che la 4ª Armata ebbe il tempo di defluire tutta per Feltre e ritirarsi sul Grappa;
- un reparto di fanteria ridiscese a Fonzaso da Sovramonte passando per Faller, ma senza armamento pesante;
- una colonna per la zona di Lamon verso Col Perer lungo i sentieri attraverso i boschi.

11 novembre 1917: Azione a Cima Lan

Per contro, da Cima Lan era difficile difendersi, sia perché era impossibile un efficace puntamento dei cannoni a causa del brutto tempo e delle nuvolaglie basse che impedivano la visibilità degli obiettivi, sia perché le fanterie che risalivano nascoste dagli alberi erano praticamente invisibili.
E quindi la batteria someggiata, essendo inefficace, poteva solo andarsene. E in fretta, perché se per caso i muli si fossero spaventati per qualche sparo (e per i muli ci vuol poco) ne poteva nascere un "rodeo" con il pericolo di perdere anche i cannoni.
Olmi ordinò quindi alla149ª Cpg. di rientrare a Cima Campo, alle due batterie someggiate di Cima Lan e di Val Bornon di andarsene, e al Btg. "Val Brenta" di far saltare il forte e ritirarsi sul Grappa, distruggendo anche, passando, la stazione radio di M. Novegno.
Pertanto, quando il 3° Rgt. Kaiserchützen (Fucilieri Imperiali) giunse ai Piai, vi trovò solo una parte della 149ª Cpg. che già si stava ritirando verso Col Langiar, e che si impegnò soltanto in una piccola scaramuccia a Col Perer.
Questo episodio non fu visto molto bene dagli abitanti, che considerarono il ritiro degli alpini come un atto di viltà, mentre essi stavano solo eseguendo gli ordini del Magg. Olmi: che a sua volta applicava le direttive del Comando del Corpo d’Armata, che gli imponevano di far perdere tempo agli Austriaci senza sacrificare inutilmente i suoi uomini, perché era sul Grappa che doveva concentrarsi tutta la resistenza.

D’altra parte, i soldati austriaci erano ormai sfiniti.
Senza viveri perché la rapidità dell’avanzata aveva lasciato indietro le salmerie, stremati per aver portato a spalla in mezzo al bosco e alla neve lungo ripidi sentieri, intransitabili anche per i muli, oltre al proprio equipaggiamento anche le mitragliatrici pesanti, i cannoni e il munizionamento, con fatica immane, non erano più in grado di muoversi. Il Col. Lercher dovette chiedere un giorno di riposo: e il Comando Brigata lo concesse, dalle ore 13.00 del giorno 12 fino alle 13.00 del giorno dopo.
A questo punto la possibilità di guadagnare un giorno era tutta nelle mani del Conrad.


Il Feldmaresciallo Conrad infatti aveva già inviato da Borgo Valsugana per Castello Tesino i Btg. Tiroler Landsturm e Standschützen Merano ai comandi del Capitano Berkic’ verso Cima Campo: dove giunsero nel pomeriggio dell’11 novembre.
Poiché il giorno stava per finire, gli austriaci non attaccarono, ma si disposero per il pernottamento dietro alla collinetta delle Case Bettin, cioè dietro l’attuale ristorante.
Intanto il Magg. Olmi, fatta abbandonare Cima Lan, aveva ordinato anche alla 95ª Cpg. di rientrare da Col Langiar al forte: ma nel frattempo un reparto di Kaiserchützen del Krauss era giunto dalla Val Sermana fino a ridosso di M. Celado tagliando loro la strada, e la manovra divenne impossibile. La 95ª Cpg. ripiegò allora fino ai Masni sopra Rivai, dove trovò una parte della 149ª Cpg. insieme con alcune donne di Mellame dirette al forte a portare cibo e indumenti ai soldati: e tutti insieme giunsero a Cima Campo lungo il sentiero defilato della Val di Napp.
Ma ormai era notte inoltrata.


12 novembre 1917: Azione a Cima Campo

All’alba del 12 novembre l’artiglieria austriaca prese a battere Cima Campo, mentre il Cap. Berkic’ preparava l’attacco. Si scontrò con i plotoni dell’Aspirante Ufficiale Torriani e del Serg. Strappazzon di Rocca che erano fuori del forte e che dovettero rientrare alla svelta, e rilevò anche la presenza delle siepi di filo spinato. Avendo poche munizioni (120 colpi a testa) e niente pinze tagliafili, il Berkic’ chiese al comando munizioni e pinze.
Nel frattempo alcune unità di Kaiserchützen (Gruppo Krauss) si stavano spingendo verso Cima Campo sempre dalla Val Sermana, senza che il Cap. Berkic’ (Armata Conrad) ne venisse informato, e accerchiarono il Ten. Arban con i suoi a Col di Gnela e a Col Mangà. Il Ten. Arban resistette per due ore (e per questo avrà poi la medaglia d’argento al Valor Militare), finché Olmi, accortosi della sua critica situazione, mandò il S. Ten. Ghirardi di Arsiè con 4 mitragliatrici della sua 149ª Cpg. alla vecchia teleferica sul Col dei Barc, affinché tenesse sotto tiro la cresta di Col Mangà. Questa manovra salvò il Ten. Arban che sotto la protezione delle mitragliatrici poté ripiegare verso la Val di Napp e rientrare al forte.
Ma ormai erano giunte le ore 13.00 e i Kaiserchützen, entrati nel loro giorno di riposo, si sganciarono. La strada però da Cima Campo a Col Perer era libera e se il Cap. Berkic’ lo avesse saputo avrebbe potuto lasciar perdere il forte, scendere ad Arsiè ed avviarsi subito verso il Grappa. Ma non lo sapeva.
Infatti il Krauss ed il Conrad erano in attrito tra di loro perché entrambi consideravano la guerra ormai vinta, e ognuno di loro voleva arrivare per primo a Bassano per prendersi il merito della vittoria. E pertanto non si passavano le informazioni, neppure quando sarebbe stato il caso di farlo.
E così verso le ore 14.00 al Cap. Berkic’ giunse dal Comando Brigata, al posto delle munizioni e delle pinze tagliafili, l’ordine di attaccare il Forte.
Il Berkic’ aveva predisposto una manovra avvolgente: la 1ª Cpg. Standschützen (tiratori scelti) al suo diretto comando dalla parte del costone verso la Valsugana; la compagnia Landsturm ("leva di massa", battaglioni della riserva) e la 3ª Standschützen dal lato della strada; il plotone d’assalto e la compagnia mitraglieri al centro. Poi cominciò ad avanzare con tutto il battaglione, costringendo il Torriani, che era nuovamente uscito dal forte con il suo plotone, a rientrare di corsa per mettersi al riparo.
Ma un’ora dopo dal Comando Brigata giunse al Berkic’, non si sa perché, il contrordine di sospendere l’attacco. Ma il Berkic’, visto che ormai lo aveva iniziato, o forse affascinato dall’idea di conquistare il "Forte Leone", tanto più che conosceva personalmente il Magg. Olmi, andò avanti. Dichiarerà poi di aver ricevuto il contrordine in ritardo, a cose ormai fatte.
Ma nel frattempo il Ten. Col. Sirolli da Cismon del Grappa aveva informato via linea telefonica militare il Magg. Olmi che tutto il 18° C.d.A. del Trentino aveva ormai passato la strettoia di Primolano ed era in salvo, per cui Olmi poteva ritirarsi con tutto il suo contingente.
Però Olmi ormai era intrappolato. Cercò allora di sottrarre alla cattura quanti più soldati possibile, imbastendo una sortita. Mentre alcuni, tra cui il serg. Dall’Agnola di Mellame, scaricavano le poche cartucce rimaste e alcune bombe a mano dal lato Sud-Est per attirare l’attenzione da quella parte, gli altri, con il Cap. Manlio Ferruglio (che poi cadrà sul Grappa, in Val Calcino) e il Torriani, guidati da Sebastiano De Nale di Mellame, sfilavano silenziosamente dalla porta pusterla che dà nel fossato sul lato ovest, e una ventina riuscirono a svignarsela: ma poi gli austriaci se ne avvidero e bloccarono la pusterla col tiro della mitraglia.
A questo punto, per evitare altri morti inutili, Olmi ordinò di cessare il fuoco segnalando così l’intenzione di arrendersi. Con lui erano rimasti il Ten. Restelli e il Ten. Zaupa (comandante della 148ª Cpg.) con un numero imprecisato di uomini (30 secondo i rapporti italiani, 300 secondo quelli austriaci) tra cui i nostri compaesani Fantin Lorenzo, Mores Giovanni Battista (che morirà in prigionia), Tonin Antonio e Tonin Giovanni.
Il comandante della 3ª Cpg. Standschützen Merano intimò la resa, subito accettata dal Magg. Olmi.
E fin qui le versioni italiana ed austriaca sostanzialmente concordano. Non è invece del tutto chiaro cosa sia accaduto "dopo" l’ingresso degli austriaci nel forte, perché le versioni non combaciano: il che è anche comprensibile con la confusione che ci dev’essere stata in quei momenti.
Confrontando i diversi documenti, le cose dovrebbero essere andate più o meno così.
Appena entrati nel forte, gli austriaci portarono via subito il Magg. Olmi: purtroppo, niente visita del generale e niente onore delle armi, come ad Arsiè si è raccontato. Questo lo si rileva dal rapporto del Cap. Berkic’: il quale, rimasto fuori dal forte dal lato della Valsugana nell’azione contro il bosco dove era ancora annidato il plotone del Serg. Strappazzon, si lamenta che, entrato a sua volta nel forte, non abbia potuto parlare con il Magg. Olmi perché lo avevano già portato via.

L’onore delle armi è un riconoscimento che deve essere chiesto dal comandante delle truppe sconfitte non per sé ma per i suoi soldati, i veri valorosi in combattimento, direttamente al comandante delle truppe vittoriose: il quale giudica se concederlo o meno. In caso affermativo il reparto sconfitto, pur disarmato ma inquadrato agli ordini del suo comandante, passa in rassegna una rappresentanza schierata dell’esercito vittorioso, che al passaggio dell’avversario sconfitto presenta le armi al comando del "presentat’arm". Ma Se Olmi e Berkic’ non si sono neppure visti, tale cerimonia non può essere avvenuta. Né alcuno dei superstiti italiani ne ha mai fatto cenno.
D’altra parte, la condotta del Magg. Olmi non è stata di tipo "eroico": egli ha dimostrato invece di essere un comandante molto abile, perché è riuscito a rispettare la consegna di resistere fino alla sera del giorno 12 facendo perdere tempo prezioso alle truppe austriache senza sacrificare inutilmente i suoi soldati.
E avere degli abili comandanti, per un esercito e per una Nazione, è molto meglio che avere degli eroi.

Invece qualche altra fuga di alpini ci dev’essere stata, perché il Berkic’ dice di aver fatto allontanare frettolosamente i prigionieri perché si erano "mescolati" alle sue truppe: probabilmente qualche alpino approfittò della confusione e dell’oscurità per svignarsela verso la Val di Napp.
Nel frattempo il plotone del Serg. Strappazzon continuava a resistere, perché risulta che dal bosco si sparava ancora mentre i prigionieri venivano portati via. Lo Strappazzon però si era reso conto che il forte era caduto e quindi cominciò a ritirarsi: e il Bodo di Mellame, pratico dei luoghi, pilotò tutti in salvo fino a Mellame lungo il sentiero sopra i "Grott" della Val di Napp. Ormai era buio, e gli austriaci si accantonarono nel forte per passare la notte. Perdite austriache nell’azione: 20 morti e 50 feriti.



I fatti del 13 novembre 1917

E veniamo all’alba del 13 novembre 1917, quando i reparti austriaci cominciarono a muovere verso il fondovalle.
I Kaiserchützen del Krauss dovevano accantonarsi a Rivai e ad Arsiè e qui porre il Comando, con supporto logistico a Frassene’. Poi, terminato il giorno di riposo, avrebbero dovuto spostarsi verso il M. Grappa la sera stessa, per essere operativi il giorno dopo.
Ma a questo punto ci sono due episodi che non si possono proprio passare sotto silenzio, episodi che fanno affiorare gli aspetti umani pur nelle difficili e dolorose condizioni di una guerra in corso.

La bandiera del 1848

Ricordate le donne di Mellame che la sera del giorno 11 si erano recate a Cima Campo con i viveri per i soldati?
Orbene, il Magg. Olmi le aveva rimandate subito indietro informandole che egli doveva resistere solo fino al giorno dopo e non oltre, e che quindi la mattina del giorno 13 Arsiè sarebbe caduto in mano austriaca. E, tornatesene a casa e andate a dormire (seppur dormirono), la mattina dopo, giorno 12, ne informarono tutti i Mellamesi: tranne Giovanni Battistel, il quale, impiegato come scrivano in Comune e perciò detto "Nani Scritór", era già andato al lavoro.
Giovanni, dal canto suo, avvertì che in Municipio tirava aria di fuga: né il Sindaco Antonio Fusinato, né la Giunta Comunale, né alcun altro dei dipendenti aveva alcuna intenzione di star lì ad aspettare gli austriaci a pié fermo.
Tornato a casa la sera, seppe anche lui che la mattina dopo sarebbero arrivati gli austriaci.
Andato a dormire, Nani Scritor cominciò a ribaltarsi nel letto perché aveva un cruccio. In Municipio era conservata la bandiera italiana con impressa la data 1848 che risaliva ai fatti di Fastro del maggio 1848 dianzi accennati, e che dall’Unità d’Italia del 1866 era rimasta esposta nell’ufficio del Sindaco. Ed ora sarebbe caduta nelle mani degli austriaci, i quali l’avrebbero come minimo bruciata.
Bisognava salvarla.
Saltato fuor dal letto la mattina di buon’ora, imboccò la strada che dal Cimitero di Mellame giunge in Via Trento ad Arsie’ (la strada attuale non c’era, è di tre anni dopo), entrò in Municipio (il fabbricato sulla piazza dirimpetto al Bar San Marco, gli uffici erano sopra l’attuale farmacia) e salì nell’ufficio del Sindaco. Prese la bandiera, se la avvolse intorno alla pancia sotto la camicia, e si avviò verso Mellame con l’asta in spalla.
Ma mal gliene incolse, perché a metà strada incappò nei soldati austriaci: che lo ritennero armato di lancia per via della cuspide sull’asta della bandiera. Lo presero, gli ruppero l’asta della bandiera sulla schiena, ci aggiunsero un fracco di legnate, e lo scaraventarono in mezzo a un filare di viti. Poi se ne andarono.
Nani Scritor, tutto ammaccato e dolorante, si sedette tra le viti a riflettere sui casi suoi, perché la bandiera non gliela avevano trovata: ce l’aveva ancora, nascosta sotto la camicia.
In quella zona Nani aveva una vigna dove, come d’uso, aveva costruito un casupola per depositarvi le fascine e gli attrezzi. Vi si trascinò, si tolse la camicia, e nascose la bandiera sotto le fascine. Poi se ne tornò a casa, ma non disse niente a nessuno.
La moglie ben gli chiese: "Come mai sei tutto pieno di lividi?"
Ma dire qualcosa a lei, pur sotto sette giuramenti, sarebbe stato come metterlo sul giornale. Per cui rispose seccamente: "Sono caduto dalle scale del Municipio" - e più non volle parlare.
Ma la notte non riuscì a dormire: "E se qualcuno mi ha visto? Che fine farà la bandiera? Gli austriaci verranno a prendermi? Domani mattina devo andare a controllare!"
E quindi la mattina dopo, legata la capra con una corda, la portò al pascolo nella vigna per sorvegliare il casone, pur tenendosi a dovuta distanza per non palesarsi. Erba a quella stagione non ce n’era, ma tant’è.
E così i giorni seguenti.

Ma lasciamo temporaneamente Nani Scritor nella sua vigna con la capra, e torniamo al Forte.

L’arrivo degli Austriaci ad Arsiè è rimasto nella tradizione popolare con la canzone: "Ai tredici novembre - a le nove di matina", conservataci dalla tesi di laurea della Prof.a Annagrazia Vialetto: "Contributo allo studio sui canti narrativi del Bellunese, con particolare riguardo al Comune di Arsiè", Università di Padova, A.A. 1969-70.

Le cantine dei Solivi di Fastro

Anche il Cap. Berkic’ la mattina del 13 novembre di buon’ora, data la sveglia alla sua truppa accantonata nel "Forte Leone", si era messo lo zaino in spalla e si era avviato con il suo battaglione lungo il sentiero della Val di Napp diretto a Fastro.
Il battaglione si muoveva, come d’uso, suddiviso in colonne distanziate: prima il reparto comando e poi, a opportuna distanza l’uno dall’altro, gli altri reparti.
Giunto a Fastro con il reparto comando, per prima cosa il Cap. Berkic’ si recò in canonica per invitare il Parroco ad informare la popolazione che da quel momento il paese era sotto occupazione militare, ma che non avrebbero fatto del male a nessuno se non ci fossero state azioni ostili.
Il parroco Don Corso di Fonzaso e il campanaro, un Dall’Agnol dei Rossi Campanèr del Pusterno, un po’ claudicante, pieni di paura, offrirono il caffè al capitano e agli ufficiali e sottufficiali che erano con lui.
Ma il secondo reparto non arrivava. Dopo un po’ il Cap. Berkic’, spazientito, si rivolse al Serg. Pilss:
- "Senti, Pilss, vai un po’ a vedere dove sono finiti!"
Il Serg. Pilss andò a vedere. Uscì sulla strada: nessuno. Sparare non aveva sentito sparare, quindi imboscate non ce n’erano state. Perplesso, cominciò allora a fare il percorso a ritroso: paese deserto, fastresi tutti scappati, dei suoi soldati neanche l’ombra.
Così camminando, sempre più interrogandosi su cosa potesse essere accaduto, giunse fino ai Solivi dove arrivava il sentiero da Cima Campo. E cosa vide? Tutti i fucili ben allineati contro i muri delle case, ma ancora nessun soldato in giro! E dov’erano? Tutti sdraiati per terra nelle cantine dei Solivi, già ubriachi fradici!
Non c’è meraviglia: 13 novembre, vino nuovo, botti piene, i soldati austriaci, affamati perché senza viveri, trovate le botti piene, beh...
Ben si provò il Sergente Pilss a prenderli a calci negli stinchi, ma tutto quello che ottenne fu che offrirono un’ombra anche a lui!
E così fu che per tutto il giorno 13 novembre l’intero battaglione del Cap. Berkic’ rimase inchiodato nelle cantine dei Solivi di Fastro, più efficaci di un battaglione di alpini d’arresto!
La vicenda è stata raccontata a Fastro ad un gruppetto di persone dal Serg. O. Pilss-Amori in persona, che era passato di là con la moglie nell’estate del 1959 per visitare i luoghi in cui aveva combattuto e si era fermato a guardare i luoghi.
Dai rapporti austriaci risulta semplicemente che il battaglione "si fermò per un giorno a Fastro".


La conclusione della guerra

E così, quando il 14 novembre i reparti del Krauss e del Conrad, entrambi - chi per un motivo, chi per un altro - in ritardo di un giorno, giunsero sul Grappa, si trovarono davanti ormai schierate le bocche da fuoco dei cannoni della 4ª Armata.
Seguirono poi le dure battaglie del Grappa e il periodo di occupazione, vicende a tutti note.

Durante l’occupazione gli austriaci prolungarono la ferrovia a scartamento ridotto tipo Decauville che già i nostri avevano costruito da Feltre a Fonzaso, facendola arrivare fin presso il cimitero di Fastro; poi demolirono la teleferica Fornace-Cima Campo e ne impiegarono i cavi per costruirne un’altra dal cimitero di Fastro fino a  Primolano, realizzando così il collegamento logistico tra le ferrovie della Valsugana e di Feltre (oltre ad altre teleferiche per alimentare le loro truppe sul Grappa). Il magazzino era posto nel fabbricato vicino al cimitero, sede anni fa di una falegnameria

È noto a tutti l’andamento della guerra, fino alla controffensiva del 20 ottobre 1918 e all’arrivo ad Arsiè del 91° Fanteria del Cap. Zanussi il 1° novembre 1918.

E quel giorno Nani Scritor che tutte le mattine, per tutta la durata della guerra, si era recato nella sua vigna a sorvegliare il casone che custodiva la "sua" bandiera, o con la scusa di pascolare la capra, o per "bruscar", o per "scalonar", o per curare le viti, finalmente poté andare a riprendersi la bandiera: e senza più nasconderla sotto la camicia questa volta, la riportò in Municipio e la espose orgoglioso alla finestra del Sindaco.
Ma le sue notti continuarono ad essere insonni. Quel Sindaco, quella giunta, che erano scappati senza salvare la bandiera, mentre lui si era preso un fracco di legnate ed aveva anche rischiato (secondo lui) il plotone d’esecuzione, non erano degni di avere la "sua" bandiera.
E così un bel giorno se la riprese e se la portò a casa. E nessuno ebbe il coraggio di dirgli niente.
E la signora Giovannina Battistel, scomparsa nell’estate 2012,  che raccontava a Mellame questa vicenda, ha custodito gelosamente per tutta la vita questo ricordo, che è insieme un cimelio storico e una ammirevole testimonianza di rispettoso affetto per il Simbolo della Patria.


Nella precipitosa ritirata, molto fu il materiale abbandonato dagli austriaci: tra gli altri oggetti, interessante la "tabella dell’ordine del giorno" sotto riportata abbandonata a Fastro.
La dicitura: "Tizti beosztàsi tablàzat", tradotta "a spanne", vorrebbe dire: "Tavola da guardare delle cose che cambiano", in ungherese: cioè, appunto, la tabella militare degli ordini del giorno, cioè i nomi degli ufficiali, sottufficiali e soldati di truppa assegnati per quel giorno ai vari servizi: ufficiale e sottufficiale di giornata, addetti ai servizi di guardia, al picchetto armato che deve essere sempre pronto in caso di allarme, ecc.; la tabella, come si vede, è divisa in quattro colonne: il reparto comando e le 3 compagnie operative, con lo schema già predisposto per scrivervi nei riquadri, con il gesso, i nomi degli addetti ai vari servizi.
Ed è la prova che il battaglione di stanza a Fastro durante l’occupazione del 1917 era di truppe ungheresi.
La tabella è stata recentemente recuperata dai danni del tempo dal restauratore sig. Aldo Fanfoni di Rivai.


Ma c’è un altro reperto di notevole interesse.
Vi ricordate del S.Ten Giuseppe Ghirardi che il Magg. Olmi aveva mandato con 4 mitragliatrici alla vecchia teleferica sul Col dei Barc per rompere l’accerchiamento del Ten. Arban?
Ebbene, il S.Ten Ghirardi era di Arsiè, la sua famiglia era proprietaria della farmacia Ghirardi-Riva di Arsiè in Via Crocera.
La sera del giorno 12, dopo l’azione di salvataggio del Ten. Arban, egli chiese il permesso al Magg. Olmi di scendere la sera stessa ad Arsiè per far visita alla sua famiglia, per poi ricongiungersi la mattina dopo con le altre truppe in ritirata: e il Magg. Olmi glielo concesse.
Poi non sappiamo cosa sia accaduto.
Negli anni intorno al 1980 la sig.a Maria Ghirardi-Riva, sorella di Giuseppe, rovistando tra le cose di casa, trovò una vecchia macchina fotografica, di cui non ricordava più la provenienza.
Proprio dirimpetto alla sua abitazione c’era il laboratorio il fotografo Dalla Giustina di Feltre, e lei vi portò la macchina fotografica affinché fosse aperta in camera oscura, per vedere se per caso contenesse una pellicola impressionata.
Il fotografo la aprì: era un vecchio tipo di macchina a fotogramma unico: lo sviluppò e, con sorpresa, ottenne la foto qui riportata.
Ricostruendo i fatti, l’unica spiegazione possibile è che il S.Ten Ghirardi avesse avuto la macchina fotografica con sé, abbia scattato la foto il giorno 11 novembre (non poteva averla scattata prima, perché egli non faceva parte dell’Artiglieria da Fortezza che presidiava il forte precedentemente, ma degli Alpini in ritirata), e poi, passato per casa la sera del giorno 12, ve la abbia lasciata, salvando così quest’unica fotografia.
Ma se le cose sono andate così, noi sappiamo che a quella data i cannoni di acciaio erano stati sostituiti con altri di legno.
E quindi era di legno anche il cannone di cui alla Fig. n. 73 che ritrae l’Imperatore d’Austria a Forte Leone dopo la sua caduta nel novembre 1917.



Fotografie

 
 
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