I Forti blindati - Forte Leone di Cima Campo, Forte di Cima Lan

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I Forti blindati

I Forti e l'Artiglieria

Nonostante tutto, il Ministero della Difesa ritenne di avere ancora una carta da giocare, in un’ottica difensiva: i forti di artiglieria blindati da costruire sulle cime dei monti: nel nostro caso, Cima Campo e Cima Lan, molto simili tra loro, con la sola differenza che Cima Campo era dotato di 6 pezzi, e Cima Lan di 4.
La costruzione di questi forti era in ritardo rispetto alla costruzione delle Tagliate di fondovalle, per diversi motivi.
I lavori delle Tagliate erano cantierabili immediatamente perché situati lungo le strade di normale viabilità, mentre per andare a costruire i Forti di Cima Campo e Cima Lan bisognava prima arrivarci con le strade, e da Arsiè a Cima Campo erano oltre 20 Km. di strada da costruire.
Un po’ diverso il caso di Col del Gallo, che, trovandosi su un colle molto più basso, poté essere raggiunto molto più rapidamente, e quindi fu costruito prima.

La progettazione dei due forti era congiunta, perché il Comando del III° Corpo d’Armata aveva approvato (1884) la direttiva "... che la caserma di Cima Campo fosse capace di 500 almeno invece di soli 300, per avere la possibilità di ricevere fra queste caserma e l’altra di Cima di Lan un battaglione di 800 o 1.000 uomini di truppa".

Questi forti venivano presidiati e fatti funzionare dall’ "Artiglieria da Fortezza", specialità dell’Artiglieria poi soppressa. Dalla struttura dei forti e da quanto si può arguire, il presidio di ciascun forte doveva essere composto da una batteria di serventi ai pezzi e da una compagnia addetta alla difesa vicina e ai servizi.
Sembra di capire che, quanto pare per motivi economici, Cima Campo fu limitato alla capienza massima di 300 uomini, e Cima Lan di 200, alloggiati in camerate con brande a castello, come d’uso nelle caserme. Considerando che l’organico di fatto non era mai al 100%, ma possiamo ipotizzare al 75% o 80%, all’inizio delle ostilità a Cima Campo ci potevano essere poco più di 200 uomini, e a Cima Lan poco più di 150.
Una parte del presidio, come per es. i conducenti dei muli, probabilmente alloggiava presso le scuderie, oppure presso le casermette di vigilanza sulla strada di accesso.

Il Ministero decise "che" tipo di forti costruire, dato che l’evoluzione delle artiglierie aveva imposto una revisione dei concetti costruttivi delle fortificazioni.
Abbandonate le postazioni "in barbetta", cioè allo scoperto come a Col del Gallo, e le fortificazioni con ampie murature esposte al tiro avversario, come le Tagliate del Tombion e della Scala, furono definiti i nuovi criteri progettuali: le artiglierie dovevano essere alloggiate in pozzi coperti da cupole corazzate, ricavati in un banco continuo di calcestruzzo dello spessore di circa 4 metri, con alterne riservette e gallerie longitudinali di servizio. L’insieme doveva essere completamente interrato sulla fronte e sui fianchi, in modo che emergessero dal terreno solo le cupole.
La facciata posteriore, il "fronte di gola", era invece scoperta e provvista di feritoie e finestre dotate di imposte d’acciaio, per la difesa vicina.
Le opere erano dotate di una centrale elettrica che forniva energia a tutti i settori della fortificazione, di montacarichi e di carrelli su binari da cm. 40 di scartamento per il trasporto delle munizioni, di sistemi elettrici di ventilazione forzata.
Il deposito munizioni era separato dal forte e situato all’esterno dello stesso.
C’erano inoltre le cisterne per l’acqua potabile e tutte quelle infrastrutture logistiche che permettevano la vita della guarnigione durante il combattimento.
Le opere erano circondate da un fosso con muro di controscarpa e con, esternamente al fosso, delle siepi di filo spinato.
La difesa vicina era assicurata da mitragliatrici in postazioni protette e da fucilieri in trincee scoperte e dietro a parapetti in cemento con le feritoie.
Nella sistemazione in pozzo, il materiale era posto in un pozzo con l’orlo ed era rinforzato da una robusta avancorazza di ghisa o di acciaio e chiuso superiormente da una cupola girevole, da cui sporgeva la volata della b.d.f., che forniva una buona protezione ai serventi e permetteva un settore di tiro di 360°.
E queste erano le direttive ministeriali a cui l’Ing. Ivanoff si attenne nella progettazione di questi forti.

Il loro armamento principale era costituito da cannoni da 149/35 (cioè calibro 149 mm e lunghezza della bocca da fuoco di mm 149 x 35 = 5.215 mm, ma in realtà la lunghezza della b.d.f. era stata aumentata a 36,6 calibri, cioè lunghezza effettiva 5.464 mm., pari quasi 5 metri e mezzo), adottati dal nostro esercito in gran  numero di esemplari, che lanciavano granate del peso di oltre 24 Kg.
La gittata massima in pianura era di circa 16 Km, ma, grazie al dislivello tra la cima delle montagne e il fondovalle, poteva arrivare a 20 Km e anche oltre, giungendo a colpire fin quasi a Borgo Valsugana.
La gara d’appalto per la fornitura delle cupole era stata vinta dalle Acciaierie di Terni, e le specifiche tecniche ministeriali prevedevano che le cupole fossero in grado di offrire una efficace protezione ai serventi per il tiro diretto con spolette a percussione di pezzi dello stesso calibro di quelli che dovevano proteggere.
Per i pezzi da 149/35 le Acciaierie proposero 3 soluzioni: cupole dello spessore di 11, 13 oppure 15 cm.
Alle prove a fuoco, le cupole da 11 cm. risultarono insufficienti, le migliori sarebbero state quelle da 15 cm.: e quindi, per motivi di costi, salomonicamente, il Ministero scelse quelle da 13.


Ogni cupola aveva un diametro di circa 5 metri ed era costituita da 3 parti (per facilitarne il trasporto e l’installazione, dato l’enorme peso), ed era trascinata in rotazione dall’affusto al quale era collegata con dei bracci.
L’otturatore del pezzo era a manovra rapida a vitone con tenuta ermetica, e la bocca da fuoco scorreva su una culla semicilindrica solidale con gli organi elastici, costituiti da un freno di sparo idraulico a corto rinculo (50 cm.) e da due recuperatori a molle che riportavano la b.d.f. in posizione.
Il tutto era incavalcato su un affusto a cassa fissato su una piattaforma girevole su una corona di rulli conici posta su di un basamento murato alla massa cementizia costituente il fondo del pozzo.
Il congegno di punteria in elevazione era del tipo a rocchetto e dentiera, quello di direzione, che permetteva un settore di tiro di 360°, era costituito da una corona dentata circolare fissata al fondo del pozzo e da un rocchetto ad asse verticale fissato all’affusto. Entrambi erano manovrati da volantini.
I congegni di puntamento di tipo ottico a cannocchiale consentivano il tiro sia a puntamento diretto che indiretto.
Il munizionamento era costituito da shrapnel, proietti con carica centrale contornata da sferette di piombo indurito con antimonio, tenute ferme da colofonia (la "pasta salda" per saldare a stagno) che evaporava al momento dell’esplosione, e granate torpedine (lunghe circa il doppio degli shrapnel, con carica maggiorata).
Le cariche di lancio erano piastrelle di balistite contenute in sacchetti di tessuto neutro, cioè tale da non reagire con la balistite al momento della deflagrazione della carica.
I serventi al pezzo erano 8: capopezzo, puntatore, preparatore delle cariche di lancio, più altri 5 per la eventuale graduazione della spoletta a tempo, per il caricamento, per il trasporto delle granate.


Le cupole, per ovviare al peso elevato, erano scomposte in tre parti che poi venivano montate sul posto.
Erano appoggiate su cuscinetti a sfere e potevano ruotare di 360°: il movimento era comandato dal puntatore mediante un apposito volantino.
I pezzi potevano sparare anche con alzo negativo fino a -8°, potendo così tenere sotto tiro anche il territorio circostante.
Una volta sparato il colpo, per essere ricaricato il pezzo doveva essere riportato in posizione orizzontale e la cupola ruotata per non esporre la feritoia al possibile ingresso di granate avversarie; poi bisognava immettere dell’aria compressa (proveniente da appositi serbatoi caricati da compressori elettrici) per espellere dalla volata i gas incombusti (monossido di carbonio) che, ristagnando sotto la cupola, avrebbero potuto asfissiare i serventi, quindi aprire il blocco di culatta, inserire la nuova granata e quindi i sacchetti di polvere della carica di lancio (nei grossi calibri non si usa il sistema granate con bossolo come nei piccoli calibri), richiudere l’otturatore, riposizionare la cupola e l’alzo del pezzo. Di conseguenza, la celerità di tiro ne risultava ridotta a 1 colpo ogni 6 minuti, più che altro perché era molto lento il movimento rotatorio delle cupole, a causa della grande massa inerziale (oltre 100 tonnellate tra il peso della cupola e del pezzo) da mettere in movimento e poi da fermare per il nuovo puntamento.
Se invece c’era necessità di tiro accelerato, quindi senza perdere tempo a ruotare la cupola, allora ogni pezzo poteva sparare un colpo ogni due minuti.
Considerato che i pezzi non sparavano mai tutti insieme, ma a turno su comando del comandante della batteria, il forte poteva sparare un colpo ogni 20 secondi.

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