Visita al Forte di Cima Campo - Forte Leone di Cima Campo, Forte di Cima Lan

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Visita al Forte di Cima Campo

Forti di Cima Campo e Cima Lan

Da Col Perer prendiamo ora la strada asfaltata in salita verso Cima Campo.
Dopo il primo tornante abbiamo sulla destra il Col Langia e poi, circa 4 Km più avanti, arriviamo nella zona pianeggiante di M. Celado (quello in Comune di Arsiè, perché c’è un omonimo Celado anche in Comune di Castello Tesino).
Percorrendo la strada pianeggiante in mezzo ai pini, ci lasciamo sulla sinistra il "Col Mangà", dove c’era una malga comunale: è stata demolita negli anni ’50 e sui suoi pascoli è stata collocata la piantagione di pini.
Arriviamo al tornante dove troviamo la segnaletica, e qui ci fermiamo.
Dal tornante si dipartono sulla sinistra due strade bianche, una in discesa e una in salita.

Prendiamo quella in discesa e dopo cento metri arriviamo a uno spiazzo con una casa ristrutturata, proprietà privata.
All’epoca, la casa era la scuderia dei muli in dotazione al forte, nello spiazzo a ridosso della parete c’erano le tettoie, e sotto c’erano (ci sono ancora) i vasconi (usati dai malghesi) dell’acqua per i muli.
La maggior parte dei trasporti infatti veniva effettuata a dorso di mulo, perché gli autocarri erano pochi.
Qui era alloggiata la dotazione di muli destinati al servizio ordinario del forte, cioè alle "Corvées": tutte le mattine la colonna di muli partiva dal Forte per scendere al centro logistico di Arsiè e rifornirsi dei beni ordinari di consumo, dal pane a quant’altro serviva per la vita dei soldati.
Ai servizi del forte (guardia, difesa vicina, corvées, ecc.) era addetta la Compagnia che alloggiava al Forte insieme con i serventi ai pezzi.

Però, prima di prendere la strada per il forte, continuiamo un po’ lungo la strada asfaltata, fino al tornante successivo: da qui, sulla destra, si distacca una mulattiera che scende lentamente, attraverso gli alberi, verso le "Cisterne del Col d’Agnella".

Questo era il posto per l’abbeverata dei muli delle salmerie del Centro Logistico di Arsiè che venivano a rifornire di munizioni il Forte in caso di combattimento.
I muli giungevano al forte, scaricavano nell’apposito posto di scaricamento presso l’entrata della polveriera, poi venivano condotti all’abbeverata prima di avviarsi per il ritorno.
E per loro era stato predisposto questo bellissimo angolino, defilato e tranquillo, dotato di abbeveratoi costruiti a ridosso della parete rocciosa alimentati dall’acqua di una piccola sorgente locale, delle dimensioni giuste per coppie di muli condotti da un conducente che li tiene a filetto corto stando in mezzo.
Subito accanto, appena più in basso sulla destra per  il visitatore, in uno spiazzo sotto al muro era teso il filare per il fieno o la biada.

E qui bisogna dedicare un ricordo ai muli, quadrupedi ormai sorpassati dalla Storia e diretti a finire nel dimenticatoio.
Intanto dobbiamo fare una distinzione tra i muli delle salmerie alpine e i muli dell’artiglieria, perché i primi erano mezzi di trasporto, mentre i secondi erano mezzi di combattimento, e quindi, per dir così, altamente "militarizzati". E pertanto tutti i momenti della loro giornata erano sottoposti alla disciplina militare: quando la batteria someggiata era pronta per partire con i muli imbastati e con il loro carico sulla groppa, e veniva dato l’attenti per la presentazione delle armi al Comandante della Batteria, anche i muli dovevano mettersi sull’attenti: il conducente alla loro sinistra, mentre si metteva sull’attenti, metteva il gomito destro sotto la mandibola del mulo, e gli faceva alzare la testa. E questo era l’attenti del mulo.
Nel someggio dei pezzi, ogni mulo portava carico un ben preciso, e per delle precise ragioni. I muli che portavano i carichi centrali alti, come la bocca da fuoco o gli organi elastici (ammortizzatori e recuperatori), dovevano camminare mettendo gli zoccoli uno davanti all’altro come le modelle in passerella, cioè senza dondolare, perché se dondolavano dopo pochi passi il carico gli sarebbe finito sotto la pancia.
Invece quelli che portavano i carichi laterali, come gli scudi o le ruote, anche se dondolavano non succedeva niente.
Poi c’erano dei carichi particolari, come il blocco di culatta dell’obice da 105/14, un cubo di ferro del peso di oltre un quintale, e per caricarlo bisognava che 4 serventi lo agganciassero con le stanghe in dotazione e poi, tenendo le braccia sollevate sopra la testa, entrando da dietro al mulo e lo depositassero nell’apposito alloggiamento sopra il basto, dove altri due serventi lo agganciavano. Perché l’operazione fosse possibile, bisognava non solo che i serventi fossero di alta statura, ma anche che il mulo fosse abbastanza basso, perché sui muli alti sarebbe stato impossibile effettuare il caricamento.
Di conseguenza, ogni mulo aveva il suo basto già predisposto per alloggiarvi il carico e lui destinato.
Tutto questo comportava anche un’altra conseguenza, e cioè che se un mulo si azzoppava o se gli succedeva qualcosa, non era sostituibile con un altro come invece si poteva fare con i muli delle salmerie: e quindi se un mulo si fermava, si fermava tutto l’obice; e se si ferma un obice, si ferma tutta la batteria. E quindi un mulo zoppo comportava il blocco di una batteria intera.
Per questo gli artiglieri si lamentavano che i muli venivano tenuti in maggior considerazione degli uomini, perché gli uomini erano sostituibili, i muli no.
E quindi i muli dovevano anche "passare visita" ogni giorno, al momento dell’abbeverata.
In tale circostanza, mentre metà dei serventi andava a preparare il fieno o la biada al filare, gli altri li conducevano all’abbeverata: un conducente in mezzo con due muli tenuti a filetto corto ai lati.
Prima degli abbeveratoi c’erano il sottocomandante di batteria, responsabile dell’andamento della batteria, l’ufficiale veterinario, il sottufficiale maniscalco, i quali esaminavano i muli per vedere se avevano fiaccature provocate dal basto, o altre lesioni o segnali di sofferenza (i  muli più anziani avevano quasi tutti mal di denti, ma siccome non sapevano dirlo dovevano tenerselo), e se i ferri erano a posto.
Passato il controllo, il sottocomandante dava l’ordine: "Avanti al passo!", e i conducenti facevano avanzare i muli fino agli abbeveratoi, ma tenendo loro la testa sollevata dall’acqua senza lasciarli bere.
A questo punto il sottocomandante dava l’ordine: "Abbeverata!", e i conducenti facevano abbassare la testa ai muli e li facevano finalmente bere.
Non tutti bevevano allo stesso modo: chi appoggiava appena appena le labbra sul pelo dell’acqua, sì che pareva quasi che la aspirassero con la cannuccia; chi immergeva normalmente la mandibola nell’acqua, bevendo normalmente; ma ce n’era qualcuno talmente stupido (beh, l’intelligenza non è propriamente una gran dote del mulo!) che immergeva anche il naso, per cui si riempiva la bocca di acqua ma poi non riusciva più respirare, a rischio di soffocare.
A questo punto il sottocomandante di batteria, con l’occhio attento, dava l’ordine: "Rompere!", e il conducente sollevava dall’acqua la testa del mulo, per farlo respirare.
Ma ce n’era qualcuno di così stupido, ma così stupido, che era capace di restare con la testa per aria e la bocca piena d’acqua, ancora senza respirare.
Allora il sottocomandante di batteria dava l’ordine: "Dito in bocca!", e il conducente infilava un dito lateralmente nella bocca del mulo, nella zona del morso. E allora il mulo, sentendo il fastidio del dito, sbuffava per liberarsi del fastidio e respirare... spruzzando tutt’intorno l’acqua che aveva in bocca, e innaffiando anche il conducente!

Per il resto i muli, animali robusti e pazienti, anche se paurosi e soggetti a spaventarsi per un nonnulla, tanto che possibilmente bisogna farli camminare a coppie perché il mulo isolato si sente insicuro, seguono i loro conducenti su qualsiasi strada e con qualsiasi carico, anche fino a crollare per la fatica.
Per questo si instaurava sempre un particolare tipo di rapporto tra il conducente e il suo mulo, un rapporto che ha lasciato traccia in tutti gli artiglieri da montagna; sì che non è solo per folclore che essi portano sempre gli ultimi esemplari alle sfilate annuali.
È rimasta nella memoria e nel cuore degli alpini della "Tridentina" la vicenda del mulo del Bgt. "Val Chiese".
Dopo tre anni dalla conclusione della ritirata di Russia, una mattina alle porte della caserma del "Val Chiese" a Vipiteno si presentò un mulo, magro, emaciato, sfinito. Aveva ancora sulla groppa il suo basto con il suo nome, e questo permise agli ufficiali e sottufficiali in servizio permanente (non più agli alpini ormai congedati) di identificarlo.
Fu accolto con commozione, e ospitato nella caserma fino alla fine dei suoi giorni.
Come avesse fatto quel mulo a trovare la strada della "sua" caserma dalla Russia a Vipiteno, questo nessuno è mai stato in grado di spiegarlo.
E dopo la sua morte gli fu eretto un monumento all’interno della caserma: fu il primo monumento eretto in omaggio ai muli, che tanto hanno dato per le nostre truppe alpine.
In alcune città d’Italia sono stati loro eretti degli altri monumenti, tra cui anche a Belluno, a cura della Brigata Alpina "Cadore",  collocato nei giardini della stazione ferroviaria.

Riprendiamo finalmente la strada verso il forte, dopo aver dato un’occhiata alla mappa della zona, come risulta dal rilievo aereo austriaco.

Troviamo subito sulla destra un rudere parzialmente ricostruito in blocchi di cemento (vedi Fig. 44), e lasciato in abbandono. Questo era, all’epoca, il posto di guardia sulla strada di accesso all’area militarizzata del forte, che si estendeva dalla strada verso Castello Tesino fino allo strapiombo verso la Valsugana, comprendendo tutto il cocuzzolo di Cima Campo.
Demolito quasi interamente per ricavarne pietre da costruzione, fu oggetto di un tentativo di ricostruzione da parte del Parroco di Fastro Don Attilio Barausse che negli anni ’60, in seguito ad un accordo con il parroco di Caorle, aveva in animo di realizzare una colonia per i ragazzi di quella città per interscambi estivi per soggiorni marini per i ragazzi di Fastro. Ma il progetto fu poco dopo abbandonato.

Più in alto, sulla destra prima di arrivare al Forte, ma defilata alla vista, c’è la "casa del Capitano", dove alloggiava il Comandante del Forte.
Adesso è proprietà privata.

Procedendo lungo la strada, in corrispondenza del secondo tornante si stacca sulla destra la strada che conduce alla Malga Comunale di Cima Campo, attiva nei mesi estivi.
Al tornante successivo possiamo notare un piccolo spiazzo sulla sinistra: era il punto d’arrivo della teleferica che partiva dal "Prà del Bec", presso la fornace da cui siamo partiti, e che portava la calce e gli altri materiali da costruzione fino a piè d’opera.
La teleferica era costituita da due campate: la prima, dal "Prà del Bec" al "Col dei Barc" (quota 1389), era azionata da una macchina a vapore presa da una locomotiva Decauville e installata su un basamento fisso al Prà del Bec, tuttora visibile.
La seconda campata arrivava fin qui, ed era azionata da un’altra analoga macchina a vapore installata in questo posto.
La teleferica aveva una elevata capacità di trasporto, perché era dotata di 36 carrelli a movimento continuo, 16 in salita e 16 in discesa.

Continuando, ad un certo punto si può individuare sulla sinistra un piccolo spiazzo: è il punto in cui, defilato dal tiro delle artiglierie avversarie, venne messo in batteria un obice da 305/17 di nuova costruzione, per l’azione di controbatteria di cui dirà in seguito.

E arriviamo finalmente sul piazzale del Forte.

Notiamo che il ponte retrattile non c’è più, il fossato è stato riempito.
Poi notiamo che le feritoie per fucileria hanno la strombatura non liscia, ma a gradini: e ciò era per fare in modo che eventuali proiettili in arrivo di sghembo rimbalzassero e non venissero "invitati" ad infilarsi nella feritoia e colpire i tiratori all’interno.
Entriamo dopo aver preso accordi con la guida, perché l’ingresso è chiuso alle visite libere, e diamo un’occhiata.


Passiamo il piazzale.
Sotto i nostri piedi si trovano le cisterne tuttora a tenuta stagna: il vascone che raccoglieva i reflui e le cisterne dell’acqua potabile.
Le cisterne sono tuttora a perfetta tenuta, nonostante sia passato ormai più di un secolo dalla loro costruzione, e nonostante le numerose scosse di terremoto avvenute in questo frattempo. Infatti non perdono un goccio, perché la loro acqua alimenta tuttora la malga comunale tramite una condotta posta in opera nel 1978 dalla Ditta Ersilio Battistel di Mellame.

Sulla destra vediamo il blocco del Corpo di Guardia.
Notiamo, guardando le pareti a sinistra, le canalette di scolo dell’acqua piovana che alimentavano le cisterne.
Procediamo per entrare.
All’ingresso, notiamo che le parti demolite del portale d’ingresso sono state ricostruite in cemento bocciardato.
Entriamo nel forte, e per prima cosa notiamo che è stato imbiancato.
Eppure noi siamo venuti fin qui perché vorremmo vedere non delle pietre, ma le tracce che la Storia ha depositato sopra di esse. Tracce che sono state in gran parte lavate via e ricoperte.

Entrati dal portone principale, abbiamo sulla sinistra le camerate della compagnia di Alpini, di fronte il corridoio di collegamento e, sulla destra, la scalinata che conduce al piano superiore dove erano alloggiati i serventi ai pezzi.
Arrivati al corridoio, giriamo dapprima verso destra dove si trovava la zona servizi.
In fondo giriamo ancora a destra ed arriviamo all’ampio locale della sala generatori elettrici: si vedono ancora sulla parete a sinistra, infissi nel muro, gli isolatori in ceramica usati a quel tempo.
Non abbiamo trovato documentazione riguardo al tipo di generatori usati, probabilmente erano motori Diesel a nafta, certo doveva essere molto raffinata e preriscaldata per assicurarne il funzionamento anche con le rigide temperature invernali della quota 1.500 mslm. alla quale ci troviamo.
La cisterna del carburante era sotto il pavimento della stanza.
Sulla parete vediamo le tracce dell’impianto elettrico, con gli isolatori in ceramica usati allora, che poi ritroveremo lungo il percorso di visita al forte.

Torniamo indietro, dall’angolo si diparte un percorso in discesa che conduce alla porta pusterla che dava sul fossato dal lato Est, mentre un altro percorso in salita conduceva al corridoio di collegamento del piano superiore e al locale del periscopio, che però non risulta sia mai stato installato.

Torniamo indietro per il corridoio dal quale siamo appena venuti.
Ripassiamo davanti all’ingresso e nella prima camerata vediamo sul pavimento il chiusino della principale cisterna di acqua potabile, quella da cui parte l’acquedotto per la malga.
Notiamo anche le nicchie per le stufe per il riscaldamento invernale.


Un po’ più avanti vediamo sul pavimento del corridoio la traccia del binario con scartamento di 40 cm.che serviva per il trasferimento con carrelli delle munizioni dalla polveriera alla linea pezzi.

In questo punto il carrello veniva fatto ruotare per infilarsi nel tunnel sulla nostra destra, fino alla base della coppia di montacarichi, uno in salita e uno discesa, azionati elettricamente, che trasferivano le granate, del peso di oltre 24 Kg. ciascuna, oltre ai sacchetti di polvere della carica di lancio, alla linea pezzi.
Entrando nel tunnel possiamo notare che le pareti del forte erano separate dal terreno da un’ampia intercapedine, in modo che le murature del forte non fossero soggette ad infiltrazioni e all’umidità.


Riprendiamo il nostro percorso, e ripassiamo davanti alle camerate degli Alpini: l’organico, a occhio e croce, dovrebbe essere stato di poco più di un centinaio di uomini, considerando che per es. i conducenti alloggiavano accanto alle scuderie della "Val di Napp" e gli addetti al servizio di guardia alla strada nelle casermette a lato della strada stessa.
Continuiamo fino all’angolo del corridoio, e giriamo a sinistra.
Sulla destra si diparte un’altra scala in discesa, che conduce alla porta pusterla sul lato Ovest.
Più avanti, sempre sulla destra si diparte una bella scalinata in salita, con le pedate  bocciardate antiscivolo, che era il percorso riservato agli Alpini per accedere al cammino di guardia, e anche per comunicare con la linea dei pezzi di artiglieria.


Continuando per il piano terra, si esce al posto di scaricamento munizioni: si vede ancora la traccia del tettuccio in lamiera che lo copriva, struttura leggera in modo che se per un qualsiasi motivo si fosse verificata un’esplosione nello scaricare le munizioni i gas non rimanessero intrappolati e non danneggiassero la struttura del forte.
Subito dopo troviamo la galleria in discesa che conduce alla polveriera, scendiamo.


La polveriera era costruita con particolare accuratezza, che si può individuare ancor oggi.
Separata dal forte in modo da non danneggiarlo in caso di una esplosione, era interamente rivestita in legno per tenerla separata dal terreno circostante per isolamento dall’umidità.
I chiodi erano in bronzo per evitare possibili scintillazioni in caso di urti accidentali con le granate metalliche.
Il posto scaricamento munizioni era ovviamente in mezzo tra la polveriera e il forte, in modo che, se serviva, le granate potessero essere trasferite direttamente alla linea pezzi e sistemate, come munizioni di pronto impiego, nelle apposite nicchie ricavate intorno alle postazioni dei cannoni.

Torniamo indietro e saliamo lungo la scalinata degli alpini.

Arrivata in cima, possiamo sia uscire a sinistra verso il cammino di guardia, sia scendere verso il corridoio di collegamento, sia girare a destra verso la linea pezzi.
Giriamo verso le 6 postazioni della linea pezzi.
Troviamo sulla sinistra un locale vuoto, che probabilmente era il centro tiro per il calcolo dei dati di tiro.
Arriviamo alle postazioni, possiamo salire e andar a curiosare.

I grossi occhioni metallici, che nessuno è mai riuscito a portar via, servivano per agganciarvi la bocca da fuoco nelle operazioni di installazione e disinstallazione (il pezzo completo pesava circa 86 quintali).
Poiché la bocca da fuoco era piuttosto lunga, quasi 5 metri e mezzo, la galleria non aveva spazio sufficiente per farli girare per entrare nella postazione: e per questo fin dalla progettazione le murature dal lato opposto presentavano una specie di ampia nicchia a mezzaluna in basso per accogliere il blocco di culatta durante la manovra.
C’era anche un’altra possibilità, e cioè infilare e sfilare la bocca da fuoco dalla feritoia cannoniera: ma per far questo bisognava operare allo scoperto e in caso di guerra questa manovra non poteva essere attuata.

Continuando, vediamo che il pavimento è sempre bocciardato antiscivolo, ritroviamo la traccia delle rotaie dei carrelli trasporto munizioni, vediamo anche qui sulla parete delle nicchie per le stufe a legna per il riscaldamento invernale.
Troviamo anche il pozzo dell’osservatorio a scomparsa azionato da un montacarichi elettrico, e il punto d’arrivo dei montacarichi dei carrelli delle munizioni.

Passiamo davanti alla scalinata che conduceva al piano inferiore dove erano alloggiati gli artiglieri: erano 8 serventi per ogni pezzo, più ufficiali e sottufficiali e addetti al centro tiro, in totale potranno essere stati più o meno una sessantina di persone.
Il loro percorso era diverso da quello degli Alpini e collegava direttamente le camerate ai pezzi, in modo che non vi potesse essere confusione in caso di allarme.
Continuiamo ancora, e passiamo attraverso la parte che ha subito i maggiori danni tra gli effetti del gelo e l’incuria degli uomini, ed arriviamo alla fine del corridoio.

Da qui si diparte sulla sinistra la scalinata in discesa che chiude da questa parte l’anello di comunicazione con i piani inferiori e sulla destra l’uscita all’aria aperta, il percorso attraverso il quale venivano portati in sede i cannoni, trainati fin qui dai cavalli lungo il pendio che porta al piazzale del forte.
Abbiamo saltato il corridoio passante collocato, più o meno, tra i due piani, ma essendo solo un corridoio buio di collegamento non è di nessun particolare interesse.
Giunti quindi all’esterno, prendiamo a sinistra e risaliamo sulla parte superiore allo scoperto del forte, dove affioravano le cupole.

Avviciniamoci ad uno dei pozzi per esaminarlo.
Vediamo subito il "dente" che accoglieva l’avancorazza e il percorso della rotaia su cui le cupole ruotavano appoggiate su cuscinetti a sfere.


A questo punto, guardando verso la Valsugana, dovremmo poter vedere il settore di tiro di questo forte, ma la visuale è accecata dalla crescita della vegetazione. Fino a una trentina di anni fa si poteva vedere il fondo della Valsugana fino quasi a Borgo, cioè le aree che questo forte doveva tenere sotto tiro.

Continuando lungo il crinale parallelamente al cammino di guardia, ad un certo punto troviamo posizionato sul terreno un punto geodetico dell’Istituto Geografico Militare, indicato sulle cartine con il vertice verso l’alto (cioè verso il Nord), punto fondamentale di riferimento per i rilievi topografici da parte dei geometri.


Da questo punto, volendo, possiamo passare sul cammino di guardia e poi, giunti in fondo, scavalcarlo e scendere lungo il pendio per tornare sul piazzale all’esterno del forte.
Abbiamo a questo punto terminato la visita alla struttura del forte, è il momento di andar a vedere cos’è accaduto durante la Grande Guerra.

Fotografie

 
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